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Torna l’Almanacco dello Spazio, più completo e organizzato

Ricordate l’Almanacco dello Spazio, il calendario suddiviso per giorno delle ricorrenze della storia dello spazio che avevo iniziato a gennaio 2016? Beh, è passato un po’ di tempo ed è cresciuto parecchio, grazie anche all’aiuto e al sostegno di molti di voi. Da 280 voci è arrivato a oltre 1300, corredate da quasi 700 illustrazioni, molte delle quali rare.

Se non vi serve sapere altro, potete scaricare la versione più recente (la 1.107) qui su Attivissimo.net. Come promesso, l’Almanacco non è protetto contro la copia; anzi, è liberamente distribuibile e copiabile secondo la licenza Creative Commons inclusa nel testo. Chiedo solo che venga rispettato il mio diritto legale di essere riconosciuto come autore. Per leggerlo potete usare iBooks (per Mac e iCosi) oppure Calibre.

L’Almanacco è cresciuto tanto come numero di voci e ha cambiato struttura (ora c’è un capitolo per ogni giorno dell’anno invece di uno per ogni mese), ma ha subìto una drastica cura dimagrante: da 32 MB, stazza che lo rendeva problematico per alcuni e-reader, è sceso a circa 900 kB. Questo è reso possibile dal fatto che ora le immagini non sono più incorporate nel file EPUB ma sono ospitate sul mio sito, dove posso aggiornarle per tutti molto prontamente. So che questo significa che per vedere le immagini il vostro lettore di EPUB deve essere connesso a Internet e che questo potrebbe essere un problema; se la cosa diventa troppo fastidiosa, ditemelo e troveremo una soluzione più adatta a tutti.

Oltre all’Almanacco in formato e-book, ora c’è anche il sito apposito, che ospita le grandi storie dell’esplorazione spaziale man mano che le scrivo e che può essere utile per farvi un’idea dei contenuti dell’Almanacco prima di scaricarlo.

C’è ancora tanto lavoro da fare, e lo aggiungerò man mano, anche per correggere refusi (segnalatemeli, mi raccomando) e per inserire i nuovi eventi dello spazio che avverranno: edizioni aggiornate dell’Almanacco saranno liberamente scaricabili annualmente.

Tutto questo lavoro è possibile grazie anche al contributo di autori come Gianluca Atti (@giaroun), di cui vedete spesso i preziosi ritagli dei giornali italiani d’epoca nell’Almanacco e su Twitter anche nel mio profilo principale (@disinformatico) con l’hashtag #almanaccodellospazio.

Ovviamente scrivere 1300 e passa voci costa tempo e impegno: se l’Almanacco vi piace e volete incoraggiarmi ad ampliarlo, o semplicemente offrirmi l’equivalente di una birra o di una fetta di pizza per farmi sapere che vi è piaciuto, potete fare una donazione specifica (anche piccola, tutto fa brodo) usando PayPal tramite l’apposito pulsante qui sotto: la condividerò con i collaboratori. Il libro è inoltre disponibile per sponsorizzazioni. Grazie!





Chi ha creduto nel progetto sin dall’inizio e ha già contribuito con una donazione per l’Almanacco riceverà gratuitamente e automaticamente a vita le versioni aggiornate man mano che le preparo, senza aspettare un anno.

Se volete ricevere anche voi gli aggiornamenti a vita e subito, man mano che li scrivo, ed essere citati nell’elenco dei donatori presente nel libro, basta che facciate una sola donazione specifica di almeno 10 euro (12 franchi) usando il pulsante qui sopra, mi diate un indirizzo di mail al quale mandarvi gli aggiornamenti e mi diciate come volete essere citati nell’elenco dei donatori (nome e/o cognome, nick o altro). Ad astra!
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Antibufala: Barcellona, venditori ambulanti preavvisati dell’attentato! (bonus: Rita Pavone)

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/08/23 18:20.

Gira sui social network e su WhatsApp l’insinuazione che i venditori ambulanti di Barcellona, i cosiddetti manteros, fossero misteriosamente assenti nel giorno dell’attentato avvenuto nella città il 17 agosto scorso.

L’accusa, gravissima, viene proposta spesso con post come quello qui accanto, che dicono di mostrare “la foto di un giorno qualsiasi sulla Rambla” (una frequentatissima via centrale di Barcellona) e dicono che “Ieri non c’erano i ‘manteros’ [...] erano in sciopero o sapevano qualcosa?”.

Una delle fonti di questa tesi di complotto è la pagina Facebook España libre información, che oltre ad avere una colorazione politica decisamente nazionalista a quanto pare confonde la libertà d’informazione con la libertà di diffondere accuse infamanti e di non controllare l’autenticità di quello che si scrive.

In realtà la foto non risale a “un giorno qualsiasi”, ma a una protesta dei venditori avvenuta nel 2016, come nota El Diario, sottolineando in un articolo dedicato a questa diceria che invece i venditori ambulanti erano già da tempo scarsi sulla Rambla a causa dell’aumentata pressione della polizia (“Los vendedores ambulantes han tenido que abandonar en las últimas semanas la zona alta de las Ramblas debido a la presencia policial en la zona [...] este verano la concentración de vendedores ambulantes en el corazón de la capital catalana ha sido mucho menor, hecho que se debe principalmente a un aumento de la presión policial desde el pasado mes de mayo”). Questa situazione è stata successivamente confermata anche da foto recenti della Rambla pubblicate su Facebook da vari utenti e segnalate da Repubblica.

Il collega David Puente ha segnalato che circola anche un’altra versione della diceria, che usa una foto che non solo risale al 2016 ma mostra tutt’altra zona di Barcellona.

Falsità delle foto a parte, c’è una questione di buon senso: come sarebbe stato possibile avvisare tutti i venditori ambulanti, senza che nessuno si lasciasse sfuggire qualcosa? Questa non è altro che una versione riconfezionata della leggenda metropolitana classica “il giorno dell’attentato il gruppo etnico X era misteriosamente assente (e quindi è coinvolto nell’attentato)”, il cui esempio più tristemente celebre è quello che asserisce che il giorno degli attentati a New York dell’11 settembre 2001 gli ebrei che lavoravano nelle Torri Gemelle non si presentarono al lavoro (falso: ne morirono almeno 119).

In altre parole, questa non è una semplice bufala: è un’azione intenzionale per soffiare sul fuoco della xenofobia e dell’ansia da terrorismo. Diffonderla significa fare il gioco di razzisti e complottisti, quindi non cadete nella trappola di dire “mah, io nel dubbio la inoltro, che male vuoi che faccia?”: fa male. Molto.

Questa storia ha uno strascico piuttosto bizzarro: infatti mi sono trovato a discuterne online nientemeno che con Rita Pavone, che sosteneva su Twitter la veridicità di quest’insinuazione:


La reazione della Pavone è stata leggermente scomposta: mi ha bloccato e ha minacciato di segnalare alla polizia altri utenti che le hanno segnalato (a volte con toni decisamente inaccettabili) il suo errore. Quotidiano.net riassume i punti salienti di questo alterco surreale.

La Pavone, fra l’altro, non si fida della spiegazione di El Diario, ma non c’è solo questa fonte: ce n’è una di prima mano, ossia mio nipote Riccardo Carcano Casali, che a Barcellona è uno dei titolari di una agenzia che offre visite turistiche (è questo che intendevo con “ho amici a Barcellona” nello scambio con la Pavone) e mi ha scritto: “Ci occupiamo di giri turistici guidati a piedi per il centro, perciò la città la conosciamo bene in ogni aspetto quotidiano [...] da maggio c'è stato un inasprimento nella lotta ai manteros. La Guardia Civil in particolar modo ha cominciato a passare periodicamente per farli sloggiare da Plaça Catalunya. Loro entravano in metro e poi ritornavano. Ultimamente se ne vedono sempre meno e la loro presenza è quasi nulla. Inoltre la Rambla, sempre come dice El Diario, è uno dei posti dove i controlli sono più severi.”

E a proposito della tesi di complotto che circola, Riccardo nota che “tra le 34 nazionalità coinvolte nell'attentato c'erano tra gli altri anche cittadini marocchini, egiziani, turchi e pachistani, dato che tutti i giorni, compreso quello dell'attentato, un discreto numero di persone provenienti da paesi di cultura musulmana vive e lavora nei pressi della Rambla. Non sono stati avvisati perché cattivi musulmani, perché avevano dimenticato il cellulare a casa o, più semplicemente, questa storia non regge in piedi?”

Non pensavo, sinceramente, che un giorno mi sarei trovato a dire “Rita Pavone mi ha bloccato su Twitter perché le ho segnalato che ha postato una bufala”.


Fonti aggiuntive: Bufale.net, Corriere della Sera, Il Post.
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Antibufala mini: il video dei leoni che ritrovano la padrona dopo sette anni

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Sta circolando sui social network un video che mostra, stando alla descrizione che lo accompagna, l’accoglienza coccolosissima offerta da due giovani leonesse alla donna che le aveva adottate ma che poi aveva dovuto cederle allo zoo locale. Sempre secondo la descrizione, le due leonesse non vedono la donna da sette anni.

Ma la storia è una bufala, anzi è spam: si tratta infatti di un video girato non in uno zoo, ma in un rifugio per animali domestici illegali o provenienti da circhi che si trova in Slovacchia, il Malkia Park. E la donna è una delle persone che lavora nel rifugio e quindi gli animali la vedono spesso. Il video originale, datato aprile 2017, è questo: le leonesse si chiamano Malkia e Adelle, e la donna dovrebbe essere Michaela Zimanova.



Questa storia è un ottimo esempio di come l’emozione mette in disparte la razionalità e apre le porte a truffe e spam: l’idea che due leoni coccolino così la loro ex padrona dopo sette anni è tenerissima e rende difficile notare le incongruenze della storia proposta: per esempio, come mai due leoni sono liberi di raggiungere la donna senza che ci sia una gabbia? E se lo zoo è locale, come mai la donna ci ha messo sette anni prima di andarli a trovare?

Questo genere di materiale, ossia video teneri, foto di gattini, animali, eventi storici straordinari o illustrazioni astronomiche spacciate per foto reali, viene infatti rubato agli autori e riconfezionato per farne paccottiglia virale dagli spammer. Questi spammer creano account social sui quali lucrano con un trucco: acquisiscono tanti follower usando quest contenuti pucciosi come esca e poi bombardano i follower di post pubblicitari (pagati agli spammer dagli inserzionisti). Infine cancellano i post pubblicitari dalla propria cronologia, in modo che quando arriva un nuovo follower non li vede e non si accorge che l’account è pieno di spam.


Fonte: Swift on Security.
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Ci vediamo domani a Trento per parlar di bufale?

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Domani sera (22 agosto) alle 21:30 sarò al teatro Sanbapolis, in via della Malpensada 88 a Trento, per una conferenza-spettacolo sulle bufale e sulle leggende metropolitane: racconterò casi concreti, meccanismi di produzione e tecniche alla portata di tutti per distinguere fra fatti e bufale nei media moderni. La serata è a ingresso libero; fa parte della settimana di orientamento alla scelta universitaria dell’Università di Trento in collaborazione con quelle di Bolzano, ma è aperta a tutti.


2017/08/22. Ho colto l’occasione per simulare cosa sarebbe successo se avessi dovuto fare questo viaggio con un’auto elettrica (Tesla o Opel Ampera-e): sarei partito da casa col “pieno”, quindi con almeno 350 km di autonomia autostradale, e sarei arrivato a destinazione senza ricaricare e quindi senza alcun aggravio di durata del viaggio. Per prudenza, comunque, avrei potuto rabboccare con una breve pausa di ristoro presso il punto di ricarica di Affi (255 km da casa a Lugano, verificati), trovato tramite le mappe di Lemnet, che offre sia il Supercharger (riservato, come tutti i Supercharger, alle auto Tesla) sia una colonnina da 50 kW accessibile a qualsiasi auto elettrica e a carica gratuita senza tessere o altro (perlomeno secondo i dati di Lemnet; non ho potuto metterla alla prova). Poi avrei percorso i restanti 71 km fino a Trento (dove comunque ci sono sia punti di ricarica Tesla, sia punti di ricarica universali). Il viaggio di ritorno sarebbe stato identico, e una volta a casa avrei messo l’auto sotto carica in garage. Fattibile senza problemi, insomma. E senza gas di scarico.

Un post condiviso da Paolo Attivissimo (@disinformatico) in data:

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No, ANSA, il signor “Vessel Petrel” non esiste. E sapere l’inglese serve

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Vittorio Dell‘Aquila mi segnala questa perla marittimo-linguistica dell’ANSA. Nell’annunciare il ritrovamento del relitto dell’incrociatore della Seconda Guerra Mondiale USS Indianapolis, ANSA scrive (copia su Archive.is):

Uno dei ricercatori della spedizione di ricerca, Vessel Petrel ha annunciato di avere identificato il luogo del ritrovamento nel nord dell'Oceano Pacifico a 5.500 metri di profondità.

Che strano nome che ha quel ricercatore: Vessel Petrel. Così strano che è una bufala: infatti vessel in inglese significa “nave, vascello”, e Petrel è il nome della nave da ricerca di Paul Allen (quello di fama Microsoft) usata per effettuare il ritrovamento (PaulAllen.com, Fortune.com). Complimenti vivissimi per la profonda conoscenza dell’inglese alla redazione di ANSA.
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